CASA MUSEO RENZO SAVINI
Italiano   English
Storia

La storia

Osservando la collezione di Renzo Savini ci si allontana dall'idea dell'archivio metodologico e analitico. Uomo colto, di formazione classica, studia prima al liceo classico presso il Collegio Alla Querce a Firenze, si diploma quindi alla facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Bologna dove incontra Nina de Beni, studentessa della facoltà di Agraria, che poi sposerà.

 

La sua attività quotidiana di professionista e di padre di famiglia è stata costantemente caratterizzata da un fare artistico puntiglioso con una personalissima metodologia. Una ricerca attenta che, iniziata negli anni Sessanta ha visto chiudere il cerchio solo con la morte del protagonista di questa raccolta.

 

L'artefice della nostra raccolta sapeva discernere le forme astratte. Un singolo sasso in silicio era al suo sguardo un microcosmo dove lui coglieva segni e forme del macrocosmo. L'energia insita in queste pietre veniva da lui risaltata con una vera messa in scena nella disposizione stessa, la natura diveniva così artificio come nelle scenografie effimere del tardo rinascimento.

 

Pietre in dialogo e in tensione tra esse stesse e con lo spazio.

 

Tratto dal testo di Maria Katia Tufano

Storie della Famiglia

Renzo Savini, nato a Bagnacavallo, Ravenna, il 19 settembre 1931. Umanista di formazione classica, ha frequentato l'esclusivo Collegio La Quercie, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bologna. Qui incontra Nina de Beni, nata a Molinella (BO) il 07 dicembre 1936, unica figlia del noto Genetista dott. Umberto de Beni.
Il dott. de Beni nacque a Verona e laureatosi nel 1928 presso l'Istituto Superiore di Agraria di Milano, passò subito a dirigere importanti aziende agricole distinguendosi per la sua abilità professionale. Diresse le ampie proprietà agrarie di famiglia, tramandate da generazioni sulle fertili colline del Lago di Garda. Fu Sindaco nell'immediato dopoguerra, come lo furono il padre ed il nonno, fece anche parte della presidenza della Federazione Italiana dei Cacciatori. Del dott. de Beni va ricordato il fratello Benedetto che nacque nel 1903, si laureò in Ingegneria, venne poi richiamato alle armi come Capitano di Artiglieria da montagna e nel 1942 fu con il contingente italiano a Voroshilovgrad in Ucraina. Si spense il 26 gennaio 1966.
L'8 settembre riceverà, postumo, da Yad Vashem il riconoscimento di "Giusto tra le Nazioni".
Umberto de Beni dal 1930, sino alla fine della guerra, tenne la direzione e l'amministrazione dell'Azienda conte Mazzotti di Molinella (1.170 ha) ove attuò, tra l'altro, una importante opera di bonifica idraulica ed agraria che ottenne riconoscimenti e premi nazionali. Dal 1947 il dott. de Beni passò a dirigere la Società Produttori Sementi di Bologna fondata nel 1911 dal prof. Francesco Todaro, sotto l'egida della Cassa di Risparmio di Bologna, col precipuo scopo di incrementare gli studi per il miglioramento delle sementi e delle piante della grande coltura. È sotto la direzione del dott. de Beni che nacquero la varietà di frumento S. Giorgio affidata agli agricoltori per oltre 30 anni, e le recenti costituzioni delle più note varietà Argelato e Irnerio. Anche nel campo del riso egli ottenne pubblici riconoscimenti per la costituzione della varietà Balilla Grana Grossa (produzione 130 q.li per ha). Nel 1956 ottenne anche il 1° premio al Concorso Nazionale fra gli Inventori, ma quello che più spicca fra le innumeri benemerenze è stato il raro Premio Nazionale Agricoltura, medaglia d'oro, avuto a Verona nell'anno 1969 unito al premio Todaro e gran targa d'oro.
Nina de Beni è stata ricercatrice di Patologia Vegetale presso l'Università degli Studi di Bologna nonché Collaboratrice del Prof. Gabriele Goidanich, ha pubblicato diversi studi ed ha contribuito alla stesura del "Manuale dell'Agronomo".
Per cinquant'anni ha affiancato il marito nel catalogare e raccogliere con rigore ed estro oggetti inusuali, appartenenti ad ogni epoca.
Nina si spegne prematuramente all'età di 65 anni il 21 agosto 2001, circondata dall'affetto del marito e delle tre figlie Benedetta, Costanza e Lavinia.
Renzo Savini, collezionista ed artista, anticipava i tempi per la sua altissima sensibilità, con sommo gusto ed ingegno sapeva cercare, accostare elementi, dando vita ad "opere d'arte" costruite da "opere d'arte", ovvero "l'Arte nell'Arte".
Il Padrone di casa, "mente eclettica", uomo di grandissima cultura, aveva la compulsione per il collezionismo e al contempo amava vedere le forme astratte che in natura si esprimono, come.. pietre di grande volume, sassi e frammenti di.. tanto altro. In essi vedeva e con essi esprimeva "l'inesprimibile", spesso queste forme venivano posizionate in bilico quasi a dare la sensazione di cascare addosso allo spettatore, oppure, altre volte, sembravano affiorare direttamente dalla terra. Vasi sospesi nel vuoto, forme incastonate nelle pareti, così creando una commistione di materiali, di contrasti ed accostamenti tra gli oggetti, tra le ombre infinite da essi prodotte ed infine contrasti tra le epoche da essi stessi rappresentati.
Anticipava i tempi per il gusto eclettico con cui sapeva accostare gli elementi, rompendo gli schemi e le convenzioni, la sua era "l'Arte nell'Arte", cioè l'unione di elementi da lui stesso raccolti, quasi in maniera spasmodica.
Questi accostamenti avvenivano con una meticolosità ed una puntualità eccellenti, soprattutto nel fedele utilizzo dei materiali di supporto, per esempio chiodi di cornici o vetri spesso coevi al dipinto sul quale aveva posto l'interesse. Stoffe, rasi e broccati coerenti con l'epoca delle opere a cui venivano applicati.
Il suo lavoro creativo spaziava dalla scultura su legno alle cornici, alle tele, dalle sculture di terracotta alle ceramiche ed alle maioliche. Era, altresì, soprattutto un collezionista di curiosità, dai bastoni di passeggio ai burattini, dai giocattoli alle sculture lignee, dalle maioliche emiliane, dalle specchiere dorate alle incisioni, alle gigantesche scenografie teatrali.., ogni singolo oggetto rappresentava un frammento della sua vita e dei momenti da cui essa era scandita.
L'assemblaggio degli elementi invece rappresenta l'espressione massima dell'Uomo/Artista, del suo temperamento, della sua creatività, del suo gusto e della sua raffinata conoscenza e cultura, della sua genialità.
Renzo Savini, l'artefice di questa stupefacente e preziosa miscellanea di opere d'arte, manufatti di alto artigianato e reperti naturalistici, non amava essere definito un collezionista. Lui cercava, raccoglieva e spesso immagazzinava il suo raccolto senza la necessità di doverlo esibire all'occhio dell'altro. In letteratura diversi sono i testi incentrati su personaggi che fanno del collezionare una guida fondamentale della loro vita. Kaspar Utz, il protagonista del celebre romanzo di Bruce Chatwin, sin da giovanissimo focalizza in modo esclusivo la sua esistenza nello studio e nell'acquisizione di ceramiche di Meissen, attitudine considerata "perversione" dal suo medico di famiglia. Tutta la sua vita ruoterà attorno a questo amore che lo condurrà a collezionare intere casse piene di queste piccole ceramiche senza verificarne il contenuto, divenendo egli stesso prigioniero della sua immensa raccolta. Collezionare personalmente per lui è dare vita ad oggetti che invece morirebbero in una cristallizzante teca di un museo, "il possesso privato conferisce al proprietario il diritto e il bisogno di toccare ciò di cui pronuncia il nome, così il collezionista appassionato restituisce all'oggetto, gli occhi in armonia con la mano, il tocco vivificante del suo artefice".
La collezione conservata in questa abitazione tutta da scoprire, ci ricorda le cinque-seicentesche Wunderkammer diffuse in varie corti di Europa, collezioni di mirabilia, dove gli oggetti ricercati non erano solo manufatti, ma anche elementi prelevati dalla natura, inseriti poi in uno scenario ben articolato. Nel XVI secolo si afferma il principio di collezione con intento enciclopedico, un microcosmo fruibile all'occhio umano, come sono ad esempio i gabinetti veneziani descritti da Marcantonio Michiel o Gabriele Vendramin. Solo nella seconda metà del Cinquecento diventa oggetto di interesse anche l'elemento che desta curiosità e meraviglia, da ricercarsi sia nell'ambito dell'artificio che in quello naturale: nascono così le wunderkammer, espresse nel loro esempio massimo alla corte di Praga per ostinata volontà di Rodolfo II.
Osservando la collezione di Renzo Savini ci si allontana dall'idea dell'archivio metodologico e analitico, così come non si può in alcun modo parlare di oggetti ricercati per ornare muri vuoti o per esibire il proprio status sociale.
Nel 1964 commissiona all'architetto Raoul Biancani il progetto della casa fatta con materiali diversi: mattoni a vista, muratura, legno e grandi vetrate. In questo interessante stabile che si sviluppa su tre piani, il pieno dei muri in mattoncino è in costante gioco armonico con le grandi aperture delle finestre. La luce naturale inonda questi spazi, nelle diverse ore del giorno essa esalta prima uno zona e poi un'altra, giocando con le superfici e le cromie degli oggetti posizionati all'interno degli spazi stessi. Un luogo personale dove ogni dettaglio è stato da lui deciso, un concertare cadenzato a ritmi alternati, con accelerazioni e pause dove la luce fenomenica indica la chiave sempre nuova dello spartito da seguire. Una grande abitazione articolata su due livelli, il secondo dei quali è circondato da una panoramica terrazza. Ogni spazio diventa scenario per manufatti magistralmente assemblati, con una coerente e metodica volontà di creare un unicum tra opere, elementi architettonici di varie epoche. La scala di raccordo dei livelli è anch'essa arricchita con opere sia in parete, dove spicca una tela raffigurante Santa Apollonia con il cavadenti in mano, che sugli scalini e su mensole a muro dove poggiano pietre e sculture.
L'ingresso è su una vasta sala, un grande spazio con ampie finestrature dalle quali gli alberi del giardino si affacciano e ci sono vicinissimi, quasi ad annullare la divisione esterno interno. Il salone è articolato con semi pareti in muratura a vista o in legno o intonacate e dipinte, appositamente pensati per accogliere questa ricca e variegata raccolta, mobili antichi e moderni fungono da supporto e piano scenico per curiosi giocattoli, oggetti in vetro, sculture pregiate e manufatti in terracotta di epoche diverse. I divani Bastiano, ideati da Tobia Scarpa, affiancati dalla Poltrona Sanluca, progettata nel 1960 da Pier Giacomo e Achille Castiglioni, sedute iconiche prodotte dal poliedrico Dino Gavina, e altri oggetti di design presenti, sono emblematici per individuare la sofisticata attenzione, l'occhio sempre attento e vigile del protagonista e artefice di questa dimora.
In questa palazzina, al piano sottostante, ha risieduto per anni Dante Bini, architetto di fama mondiale, noto anche per aver ideato per Michelangelo Antonioni e Monica Vitti La Cupola, l'avveniristica villa sulla Costa Paradiso in Sardegna.
L'artefice della nostra raccolta di prestigiosi manufatti d'arte, così come di oggetti curiosi o di mirabilia, è stato anche uno studioso di raffinata sapienza. Negli oggetti di natura egli sapeva discernere le forme astratte. Un singolo sasso in silicio era al suo sguardo un microcosmo dove lui coglieva segni e forme del macrocosmo. L'energia insita in queste pietre veniva da lui risaltata con una vera messa in scena nella disposizione stessa, la natura diveniva così artificio come nelle scenografie effimere del tardo rinascimento. Pietre in dialogo e in tensione tra esse stesse e con lo spazio.
Manufatti sospesi nel vuoto, lacerti di bassorilievi rinascimentali sono stati da lui incastonati nelle pareti interne ed esterne. Statue di presepe barocco di Giuseppe Maria Mazza e di Giacomo De Maria, oltre quelle di stilema rococò di Angelo Gabriello Piò, posizionate su grandi e lunghi tavoli le terrecotte di scuola emiliana del Settecento dialogano con un'anfora etrusca e con sculture lignee policrome tardo barocche. Materiali pieni e opachi alternati alle trasparenze dei vetri antichi o di fattura moderna, come il grande lampadario di Venini 1964 - sospensione Poliedri - o cristalli degli anni Cinquanta.
I muri supporto hanno ricevuto le medesime accortezze, dipinti con tonalità di colore cremisi, azzurro ceruleo o con cromie verdi e ocra. Giochi di superfici specchianti posizionati in punti focali proiettano luci e immagini replicando senza ripetersi. Lo sguardo del fruitore è in vortice continuo, illusione e realtà sono in costante dialogo e creano un ritmo musicale.
Il grande Pupo siciliano del Settecento è sospeso vicino a un putto barocco. Alle pareti icone quattrocentesche, incisioni e disegni tardo rinascimentali e barocchi, vibranti al punto di toglierci il fiato. Un preziosissimo disegno di Alessandro Tiarini attira il nostro sguardo che si incanta percorrendo i suoi fluidi chiaroscuri. Si attraversano le epoche senza provare diacronia: le due preziose quattrocentesche Madonne con Bambino su supporto ligneo, dove ogni dettaglio compositivo è raffinatamente dipinto seguendo principio eidetico, convivono con le tele di Telemaco Signorini, dalle cromie di luce e colore fenomenico, così come quelle di Luigi Serra o quella di Mario Vellani Marchi. Dipinti e sculture preziose dialogano con disegni e incisioni a bulino, grandi scenografie teatrali, giocattoli in latta, legno, plastica o carta. Molto interessante è una preziosa "Piavola de Franza", grande bambola veneziana in legno e cartapesta realizzata nel Settecento con ancora il suo abito, collane, bracciali e il suo bastone da passeggio originali. Su questo manichino ante litteram, come quello esposto a Venezia in occasione della Festa della Sensa, venivano confezionati abiti utili a mostrare i modelli, i tessuti e gli accessori in voga all'epoca alla corte di Francia. Non era solo il manufatto artistico che veniva inserito in questa grande giostra, anche semplici oggetti lo colpivano, oppure elementi prelevati dalla natura, in particolare modo le pietre, alla stessa stregua di dipinti, terrecotte, reperti etruschi, sculture lignee, capitelli rinascimentali, fiori in carta di antica fattura, bambole, giocattoli.
In questa dimora dove ogni angolo parla di arte, nascosto come al centro di un giardino labirinto rinascimentale è presente una piccola Kunstkammer nella quale manufatti di fattura e provenienza molteplici e multiformi sono felicemente allestiti su mensole di vetro, la trasparenza dei supporti permette di godere da ogni angolo quel che è lì presentato. Tra loro spicca un incensiere zoomorfo in bronzo dorato di fattura asiatica, risalente al sedicesimo secolo, magistralmente cesellato, all'apertura del suo beccuccio esso emana ancora profumazioni ambrate. In essa sono raccolti reperti, antichi volumi, manoscritti, documenti, monete, frammenti di statue e di pietre, insieme a curiosità di ogni genere.
Come già detto, Renzo Savini non si definiva un collezionista, solo i veri amanti dell'arte non usano darsi un'etichetta. A noi posteri definire le cose diventa necessario perché quella ricerca discreta e privata non si perda tra mura pregiate, in assenza del suo regista e artefice che le rendeva sempre vive e in dialogo in una storia dalla narrazione sempre aperta.